«Un conto è fare un articolo, un altro conto fare un articolato...», ha osservato pubblicamente, alla festa della Cisl di domenica scorsa a Levico Terme, il ministro dell' Economia. Giulio Tremonti ha sperimentato direttamente quanto sia difficile entrare con i fatti nella carne viva degli scandalosi costi della politica. Con la manovra finanziaria dello scorso anno aveva provato a tagliare del 50% i generosissimi «rimborsi elettorali», come si chiama ipocritamente il finanziamento pubblico, riconosciuti per legge ai partiti politici, cresciuti fra il 1999 e il 2008 del 1.110%, mentre gli stipendi pubblici aumentavano del 42. Ebbene, il taglio è stato prima ridimensionato al 20%, quindi al 10 per cento. Per non parlare della norma che avrebbe riportato le spese di palazzo Chigi, in alcuni casi letteralmente impazzite, sotto il controllo del Tesoro: saltata come un tappo di champagne. Ciò non toglie che quell' «articolato» prima o poi andrà fatto. Perché qui ci va di mezzo, secondo lo stesso Tremonti, la credibilità della politica e del governo. Se la riforma fiscale le tasse vuole avere una prospettiva minima di serietà, deve passare prima di qua. Fermo restando che i soldi tolti ai privilegi della politica non basteranno certo da soli a tappare il buco che l' eventuale taglio delle tasse (considerato dai capi del centrodestra necessario per arginare l' emorragia di consensi) potrebbe aprire nei conti pubblici. Da dove cominciare? C' è soltanto l' imbarazzo della scelta.

Problemi tra l'azienda che gestisce i servizi per l'acqua e il partito che, attraverso i Comuni, la controlla. Risultato? Per ora non cambia niente, le convenzioni restano. "E' il parlamento che deve intervenire", dicono i sindaci dell'Emilia Romagna. Ma per Cinque Stelle, Idv e Comitati la risposta non basta: "Vogliono solo prender tempo"

Passata l’euforia della vittoria ora il Pd si trova davanti, soprattutto in Emilia Romagna, Toscana e Liguria, al bivio più importante, ampiamente annunciato e previsto: la gestione dei servizi idrici. Lo scorporo dalle aziende – delle quali il Pd, attraverso i suoi sindaci, è azionista di maggioranza in queste tre regioni – delle risorse idriche.
Almeno questa sarebbe la scelta naturale e politica. Ma i Comuni che gestiscono i servizi idrici dall’acqua hanno notevoli proventi e non tutti sono per questa soluzione. Qualcuno dice che, abrogata la legge con il referendum, bisogna attendere che il parlamento ne voti una nuova, altri – come il sindaco di Bologna Virginio Merola – chiedono di “poter festeggiare in santa pace il buon risultato”.
Un caos, come si dimostra già in questi giorni in Emilia Romagna dove di servizi idrici sono affidati alle mani di Hera, azienda pubblica di stampo Pd, ovviamente.
L’azienda aveva annunciato alla vigilia dei referendum che se avesse vinto il sì loro avrebbero smesso di investire. Ieri, dopo una lunga riunione, è stato deciso che per ora gli investimenti della società multiservizi proseguiranno, per ben 26,5 milioni di euro, ma sul futuro incombe il verdetto popolare.
Adesso che la sbornia di chi ha gioito per il risultato sta terminando, restano molti punti interrogativi per capire quali ripercussioni pratiche avrà l’espressione del voto popolare.

A Reggio Emilia tensione tra l'amministrazione comunale e gli altri promotori del referendum: "Una settimana di tempo, poi chiederemo una consultazione. E questa volta sarà comunale"

“Via l’acqua da Iren Spa”. “Non ci penso a scorporare l’acqua dalla multiutility”. “Allora sarà ancora referendum, comunale questa volta”. La richiesta ad urne aperte, con il 96% di “sì” espressi da 249.004 cittadini reggiani avanzata dal Comitato Acqua Bene Comune, Movimento 5 Stelle, Prc-Federazione della Sinistra ed approvata anche dal capogruppo della Lega Nord Giovannini, di ripubblicizzare totalmente il settore idrico reggiano trova subito il muro di gomma del sindaco di Reggio Graziano Delrio. La risposta al “no” del Pd potrebbe essere di nuovo quella referendaria, questa volta a livello comunale dove servono 4.800 firme. Ipotesi anche questa bocciata da Delrio che dichiara “è una idea da non perseguire, se si inseguono estremismi non sostenibili, il Paese tornerà facilmente in mano alla destra”.
“Io non ci sto proprio pensando di scorporare l’acqua da Iren. Il referendum non impone questo”, ha detto il sindaco Delrio (Pd) commentando a caldo le richieste dei referendari. “Il referendum è abrogativo penso si possano trovare soluzioni più equilibrate. Non possiamo tornare a 30 anni fa. Non possiamo ripartire da zero”, ha continuato il primo cittadino del Pd che ha chiesto di aspettare nuove normi nazionali citando la proposta di legge che vede primo firmatario il segretario del Pd Pierluigi Bersani. “Ci sono già progetti di legge come quello del Pd sulle infrastrutturazione dell’acqua che non porta necessariamente a scorpori di aziende”, ha dichiarato Delrio citando la legge firmata da Bersani ed altri quarantanove deputati del Pd il 16 novembre 2010, che è stata proprio contestata dai referendari dal momento che prevede che l’acqua “sia un bene economico”. Così all’attacco sono partiti sia i Comitati Acqua Bene Comune che Prc-Federazione della Sinistra e Movimento 5 Stelle.

Forse di questi referendum è già stato scritto tutto, forse mi ripeterò risultando forse banale ma il raggiungimento di questo straordinario risultato mi riempie il cuore di gioia. Una gioia che nasce dalla constatazione che quando i temi sono importanti i cittadini rispondono. Lo hanno fanno con l’unico strumento di democrazia diretta che ci è rimasto: il referendum visto che l’attuale legge elettorale, criticata da tutti (persino da chi l’ha proposta) ma che nessuno modifica, non consente ai cittadini elettori di scegliere i propri candidati, ma a cinque segretari di partito di nominarli.

Referendum voluti dal basso, costruiti e portati avanti senza mezzi, contro tutti e contro tutto, ignorati prima e osteggiati dalla maggioranza e cavalcati dall’opposizione poi, superando ogni tipo di boicottaggio messo in atto proprio da coloro che dovrebbero garantire la volontà popolare: il governo. Prima col mancato accorpamento con le elezioni amministrative, poi con l’approvazione del decreto farsa Omnibus, poi col ricorso in Cassazione, fino alle dichiarazioni di non voto di molti esponenti dello stesso governo addirittura durante le operazioni di voto. Senza parlare della vergognosa gestione dell’informazione di tutti (o quasi) i mezzi di informazione, in particolare del sistema pubblico che, in alcune ma significative occasioni, non si sono “solo” limitati ad omettere notizie ed informazioni sui quesiti referendari, ma hanno dato anche informazioni errate (non ultima le date della chiamata alle urne (TG1 prima, TG2 dopo)). Il volere dei cittadini, che tante volte è stato richiamato per legittimare leggi ad personam e ogni altro tipo di nefandezza, questa volta ha smentito la “politica”. Una “politica” che ha dimostrato di essere in enorme ritardo rispetto ai cittadini i cui interessi dovrebbe rappresentare. Mentre il parlamento era impegnato ad approvare la Legge Alfano, Il legittimo impedimento, Lo scudo fiscale e qualche altra dozzina di leggi ad personam, mentre  discuteva se Ruby poteva essere legittimamente ritenuta la nipote di Mubarak, la gente si stava mobilitando. Questi referendum hanno dimostrato che i cittadini possono fare da soli. Sono saltate tutte le logiche della “politica”, tutti gli schieramenti, tutti gli interessi di partito. I mass media tradizionali sono stati soppiantati dalla rete, dai banchetti, dal passaparola.  La gente si è riappropriata della propria sovranità e della volontà di esprimerla. Sono molti coloro che nelle varie consultazioni elettorali si sono astenuti ma che in questa occasione non hanno fatto mancare il proprio voto. E ora? Cosa sarà dei 26.857.452 cittadini che hanno detto basta? Chi saprà rappresentarli? Chi saprà portare avanti le loro istanze?

Lettera aperta al sig. Sindaco di Reggio Emilia, ai cittadini, ai partiti locali e a tutti gli organi di stampa.

Reggio Emilia,15 giugno 2011

Caro Sindaco,

La privatizzazione della gestione del servizio idrico in Italia è stata fermata.

Senza il referendum centinaia di acquedotti sarebbero stati costretti ad aprire al mercato e alla privatizzazione della gestione del servizio. I sindaci e i cittadini delle città come Milano, Venezia, Verona, ma anche la nostra vicinissima Toano, avrebbero dovuto rinunciare al governo delle loro aziende, ancora 100% pubbliche, per fare entrare il profitto nella logica di gestione del nostro bene più prezioso: l’acqua.

Tutto questo grazie ai cittadini, i veri protagonisti e fautori di questa importantissima decisione politica. Perché con il voto del referendum popolare hanno espresso in maniera inequivocabile che l’acqua è un bene comune privo di rilevanza economica e su cui non devono essere fatti profitti. Ora, si tratta di ripartire da questo risultato e da quello che abbiamo affermato: fuori l’acqua dal mercato e fuori i profitti dall’acqua.

proposta di legge

La nostra provincia è la prima in Italia per affluenza ai seggi e questo è un dato meraviglioso, un’ondata di democrazia. Non solo, è anche un chiaro segnale di volontà politica: i cittadini vogliono la ripubblicizzazione della gestione dell’acqua a Reggio Emilia. Non stanno chiedendo, come Lei ha dichiarato, di “tornare indietro di trent’anni” (anche se a onor del vero Agac è privata solo dal 2005) ma stanno chiedendo a gran voce di ripensare a un nuovo modello di gestione interamente pubblico e partecipato dal basso.

Abbiamo dimostrato di saper creare un movimento politico capace di riavvicinare i cittadini alla res pubblica, alla gestione dei beni comuni. Una politica nuova che vuole generare benessere ed efficienza con una responsabilità il più possibile condivisa tra i cittadini. Siamo riusciti a creare un movimento trasversale, aperto e plurale e ora, con lo stesso spirito, vogliamo iniziare una discussione sulla gestione del servizio idrico del nostro territorio. Quello che proponiamo è un percorso che trovi la sua forza nella partecipazione di quanti più soggetti possibili, che tenga presenti le idee, le complessità e le regole già in campo ma che sia basato su un punto di partenza ben preciso: l’acqua come bene comune, gestito interamente dal pubblico e partecipato dai cittadini e dai lavoratori.

Il 12 e 13 giu­gno 2011 i cit­ta­dini ita­liani sono chia­mati ad espri­mere il pro­prio voto su 4 que­siti referendari abrogativi.

L’elettore, per vo­tare, deve esi­bire al pre­si­dente del seg­gio la tes­sera elet­to­rale ed un do­cu­mento di riconoscimento. Chi avesse smarrito la tessera elettorale o non l’avesse ricevuta, la può richiedere all’ufficio elettorale del proprio comune.

L’elettore ri­ceve da un com­po­nente del seg­gio 4 schede di di­verso colore: durante le operazioni di voto è importante non sovrapporre le schede onde evitare l’effetto “carta copiatrice” col pericolo di rendere nulle una o più schede.

Il voto “SI”, trac­ciato sulla scheda, in­dica la vo­lontà di abro­gare la nor­ma­tiva ri­chia­mata dal que­sito referendario.

Il voto “NO”, trac­ciato sulla scheda, in­dica la vo­lontà di man­te­nere la vi­gente nor­ma­tiva ri­chia­mata dal que­sito referendario.

Le ope­ra­zioni di voto si svolgono:

Do­me­nica 12 giu­gno 2011, dalle 8:00 alle 22:00
e
Lu­nedì 13 giu­gno 2011, dalle 7:00 alle 15:00

Gli elet­tori de­vono vo­tare nel pro­prio Co­mune di re­si­denza, nella se­zione elet­to­rale in­di­cata sulla prima fac­ciata della tes­sera elettorale.

E’ possibile ritirare, quindi votare, anche solamente la scheda per uno o per alcuni dei quesiti referendari.

Affinché il referendum su ciascun quesito sia valido, deve recarsi alle urne il 50% + 1 degli aventi diritto al voto.

Que­sito n° 1: Re­fe­ren­dum ac­qua pub­blica – abro­ga­zione af­fi­da­mento ser­vi­zio ad ope­ra­tori privati

“Vo­lete voi che sia abro­gato l’art. 23 bis (Ser­vizi pub­blici lo­cali di ri­le­vanza eco­no­mica) del de­creto legge 25 giu­gno 2008 n.112 “Di­spo­si­zioni ur­genti per lo svi­luppo eco­no­mico, la sem­pli­fi­ca­zione, la com­pe­ti­ti­vità, la sta­bi­liz­za­zione della fi­nanza pub­blica e la pe­re­qua­zione tri­bu­ta­ria” con­ver­tito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 6 ago­sto 2008, n.133, come mo­di­fi­cato dall’art.30, comma 26 della legge 23 lu­glio 2009, n.99 re­cante “Di­spo­si­zioni per lo svi­luppo e l’internazionalizzazione delle im­prese, non­ché in ma­te­ria di ener­gia” e dall’art.15 del de­creto legge 25 set­tem­bre 2009, n.135, re­cante “Di­spo­si­zioni ur­genti per l’attuazione di ob­bli­ghi co­mu­ni­tari e per l’esecuzione di sen­tenze della corte di giu­sti­zia della Co­mu­nità eu­ro­pea” con­ver­tito, con mo­di­fi­ca­zioni, in legge 20 no­vem­bre 2009, n.166, nel te­sto ri­sul­tante a se­guito della sen­tenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?”.

Nota: Il primo que­sito sulla pri­va­tiz­za­zione dell’ac­qua pub­blica ri­guarda le mo­da­lità di af­fi­da­mento e ge­stione dei ser­vizi pub­blici lo­cali di ri­le­vanza economica.

Si deve vo­tare SÌ se si è con­tro la pri­va­tiz­za­zione dell’acqua e con­tro la ge­stione dei ser­vizi idrici da parte di pri­vati.

Si deve vo­tate NO se si è a fa­vore della le­gi­sla­zione attuale.

La Corte di Cassazione ha deciso: all’interno della tornata referendaria del 12 e 13 giugno ci sarà anche il quesito che chiede di bloccare per sempre i piani nucleari del governo. Nonostante la fiducia posta al decreto Omnibus, con cui il governo ha fatto marcia indietro rispetto alla decisione di costruire nuove centrali, il collegio – composto da 17 giudici e presieduto da Antonino Elefante - ha accolto l’istanza presentata dall’IdV. L’opposizione chiedeva di votare le nuove norme appena inserite nel decreto. Insomma, al posto del vecchio quesito, agli italiani sarà chiesto di esprimersi sulle leggi appena varate dal Parlamento che congelano per 12 mesi il programma governativo per tornare all’energia prodotta dall’atomo.

Dal sito www.ilfattoquotidiano.it

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